Mindfulness

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La Mindfulness ( o Consapevolezza) è oggi una tecnica efficace che trova la sua estrema utilità nell’integrazione con le moderne psicoterapie e con i percorsi di sostegno psicologico avanzato. E’ una tecnica, ma anche un protocollo che può essere inserita durante o all’inizio di un percorso in studio e va comunemente concordata con il cliente. Si svolge da sdraiati o da seduti e il terapeuta guida la meditazione del paziente rimanendo in uno stato di attenzione meditativa costante insieme a lui. Le sedute richieste  di questo tipo hanno un numero variabile a seconda delle casistiche e della capacità delle persone di apprendere questa metodologia. Mindfulness è la traduzione di “sati” che in lingua pali, il linguaggio utilizzato dal Buddha per i suoi insegnamenti, significa essenzialmente consapevolezza, attenzione, attenzione sollecita, presenza mentale o pienezza mentale. Queste qualità dell’essere possono venire coltivate attraverso la meditazione. Il concetto di Mindfulness deriva dagli insegnamenti del Buddismo (Vipassanā), dello Zen, e dalle pratiche di meditazione, ma solo dagli anni 70 negli Stati Uniti per opera di un medico del Massachusetts, John Kabat-Zinn, questo modello è stato assimilato ed utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline mediche e psicoterapeutiche italiane, europee e d’oltre oceano. Mindfulness è quindi una modalità di prestare attenzione, momento per momento, nel presente, in modo intenzionale e non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni. Migliorare questa modalità di prestare attenzione permette di cogliere, con maggiore prontezza, il sorgere di pensieri negativi che contribuiscono al malessere emotivo. La padronanza dei propri contenuti mentali e degli stili abituali di pensiero (capacità di automonitoraggio e metacognizione) permette maggiori possibilità di esplorazione, espressione e cambiamento di tali contenuti. Una gran quantità di pensieri negativi deriva dalla critica che il soggetto fa a sé stesso per il fatto di sentirsi ansioso, depresso o a disagio. Ai pensieri negativi che alimentano i disagi emotivi, si aggiungono ulteriori pensieri improduttivi su di sé. Questo meccanismo di autoaccusa e autodenigrazione genera una spirale che dà origine al ruminìo depressivo. La persona si pone così in una condizione di nemica di se stessa, anziché di alleata di se stessa. L’allenamento della consapevolezza permette di affinare l’attenzione verso questi meccanismi che deteriorano l’umore e depotenziano le capacità di ripresa psicologica o la prevenzione delle recidive depressive. Non è un caso che scientificamente e statisticamente la mindfulness, integrata in un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale, sia riconosciuta come metodo elettivo  a livello mondiale nella cura delle depressioni e delle relative ricadute. La teoria della mindfulness parte dalla riscoperta di metodi di cambiamento psicologico improntati a modalità intuitive di conoscenza di sé, in integrazione a metodi discorsivi e verbali di risoluzione dei problemi. In altri termini, prima di promuovere la messa in discussione delle convinzioni erronee o irrazionali che generano la sofferenza, il terapeuta agisce aiutando innanzitutto la persona a cambiare la relazione con i propri contenuti mentali. Si è arrivati ad osservare che gran parte della sofferenza dipende infatti dall’identificazione coi pensieri (“io sono i miei pensieri”, “i pensieri sono fatti”), mentre il primo passo verso il cambiamento avviene grazie ad un allontanamento cognitivo dalle esperienze che si impongono nel campo di coscienza (“io ho dei pensieri”, “i pensieri sono ipotesi”). Tale cambiamento genera la capacità flessibile di operare, quando necessario, un distacco dai contenuti mentali, che consente di osservarli con maggiore chiarezza. Questo distacco diminuisce la reattività automatica che conduce ogni essere umano a compiere rapidi sforzi per evitare la sofferenza. Questi sforzi, ironicamente, possono essere di per sé apportatori di ulteriore sofferenza, poiché si basano su ideali irrealistici di “trasparenza” emotiva, rimarcano l’inaccettabilità del momento presente e pongono gli obiettivi di felicità nel futuro. La mindfulness promuove esperienze di accoglimento del presente, di comprensione più ampia e delicata delle difficoltà e di tolleranza delle emozioni e delle percezioni negative quali esperienze da includere ed attraversare con equanimità nel proprio percorso esistenziale. “Equanime” è quello stato emotivo stabile, responsivo e non reattivo, propizio alla focalizzazione dell’attenzione sul momento attuale e caratterizzato da costanza dell’umore, distacco e serenità al cospetto delle cose e dei fenomeni effimeri. Gli interventi terapeutici mindfulness-based riguardano principalmente la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) e la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), sviluppata da Jon Kabat-Zinn nel 1979 presso il Medical Center della University of Massachusetts. Lo sviluppo della facoltà di mindfulness (consapevolezza) è affidato a momenti “formali” (il protocollo MBSR prevede cicli di otto settimane in cui si praticano otto differenti esercizi di meditazione della durata che va dai tre ai trenta minuti) e a momenti “informali”, che consistono nel promuovere un abito mentale costante improntato alla continuità della consapevolezza nella vita quotidiana. Queste tecniche, derivate sostanzialmente dalla terapia cognitiva classica, sono asservite al trattamento di molteplici patologie, fra cui: depressione, disturbo borderline, ansia, attacchi di panico, disturbi con componenti psicosomatiche, ossessivo-compulsivi, alimentari e dell’umore. La meditazione di mindfulness trova applicazione anche in quei disagi esistenziali non direttamente ascrivibili a disturbi o patologie vere e proprie, ma avvertiti come “eccesso di pensiero” o neoplasia cognitiva. Di notevole interesse è la mole di evidenze scientifiche che attestano gli effetti della pratica meditativa assidua su alcune strutture anatomiche chiave del cervello adibite alla regolazione delle emozioni e sull’attività cellulare di interi distretti dell’organismo.

Da una recente rassegna bibliografica sono stati evidenziati: 1) incremento e rimodulazione dell’attività della corteccia del lobo prefrontale sinistro(sede delle emozioni positive); 2) incremento e rimodulazione dell’attività dei nuclei profondi dell’emisfero destro (parte intuitiva e digitale dell’esperienza esistenziale e percettiva) e dell’amigdala (struttura cerebrale collegata all’esperienza della paura e di altre emozioni basilari); 3) intervento neuro-modulato da citochine e altri neuromodulatori e glucocorticoidi sugli assi ipofisiari e sulla secrezione di cortisolo: il cortisolo viene ad esempio prodotto in momenti di grave stress psicofisico ed ha un effetto deleterio per il nostro organismo se prodotto per tempi prolungati; 4) modulazione adattiva dell’immunità cellulo mediata; 5) effetti protettivi sul DNA, mediati da un aumento dell’attività della telomerasi. Gli ambiti di studio ed applicazione della mindfulness investono le scienze cognitive e le neuroscienze più molti ambiti della medicina quali la medicina comportamentale, la riabilitazione, la ginecologia, l’oncologia, l’endocrinologia, la cardiologia, l’immunologia, l’algologia e la medicina psicosomatica. Oggi una psicoterapia che integri le tecniche base della Mindfulness risulta essere uno dei migliori approcci alla salute mentale che il mondo moderno possa conoscere.